Vacanza in Eritrea nelle Isole Dahlak, Africa

Le Dahlak Dissei, alta e vulcanica, frangia del continente, le isole appaiono sull’orizzonte solo quando ci arrivi addosso. Minuscole scaglie di rossa madrepora, lance di sabbia abbagliante su cui marciscono cadaveri degli squali cui i pescatori hanno tagliato le pinne ben pagate sul mercato dell’Estremo Oriente.

Per i sub in cerca di emozione pochi grandi incontri, profondità da neofiti, grandi costruzioni coralline dove si agita indaffarata una fauna operosa, indifferente, coloratissima: vera fiera delle vanità dei cromatismi di barriera. Ma c’è un plus che fa la differenza: il relitto.

Se vi batte il cuore a entrare nel cassero di un cargo avvolto da alcionari, se risalire la coffa o spiare il fumaiolo che si perde in orizzontale nel verde-blu di un mare torbido di mistero è quello che cercate, le Dahlak sono per voi.

Davanti alla ex base sovietica di Nokra (isola un tempo tristemente nota per l’inumano carcere italiano) una vecchia darsena galleggiante è “seduta” a meno di 18 metri di profondità lasciando che le sue gru gemelle fuori dalla superficie ospitino nidi di falchi pescatori.

Poco oltre il Ràs Dagen, piegato su un fianco, cigola e si la menta a ogni marea. L’ ancora nella cubia, la scialuppa di salvataggio adagiata sul fondo a meno di 16 metri. Sono i delfini in prua che ti guidano dentro il grande mare interno di Oahlak Kebir, la Grande Oahlak.

Nel Ghubbet Mus Nefit c’è l’arrugginito relitto dell’Urania, un transatlantico del Lloyd Triestino autoaffondatosi all’arrivo delle truppe inglesi ib Eritrea. Accanto, sul basso fondale giace una nave in ferrocemento ancora con la torretta per metà fuori dall’acqua a far da posatoio alle sule.

Emozioni di profondità a 10 metri dal pelo dell’acqua, immersioni mitiche che durano un’eternità di tempo e che promettono scoperte: in queste acque è stato recentemente ritrovato il Nazario Sauro.

Qualcuno sa, ma non dice, dove, poggiato sul bianco della sabbia, giace un sottomarino da visitare anche solo con maschera e boccaglio. Ma ci sono anche altri modi di approfondire la conoscenza con le Dahlak.

Fermarsi ai villaggi dei pescatori, con i sambuchi appoggiati su un fianco in attesa della marea, i bambini dagli occhi grandi che si affollano attorno, qualche vecchio con uno straccio per turbante che rispolvera un arrugginito italiano. Fermarsi e farsi raccontare quel po’ di storia che hai già letto, ma che prende adesso un sapore nuovo.

Isole di pirati e pescatori, entrate e uscite dalle porte laterali di storia e di leggenda. Mille anni fa sultanato ricco dell’acqua raccolta nelle sue 370 cisterne e delle ostriche perlifere (splendido al tramonto l’antico cimitero musulmano di Oahlak Kebir). E poi arcipelago di conquista per le caravelle portoghesi, testa di ponte per la grande avanzata dell’Islam, turco per tre secoli per finire schiacciato dai giochi di guerra di questo insanguinato Novecento. E domani?

Il lungo viaggio che porta alle isole Dahlak non ammette scorciatoie. Perchè svelino qualcosa di più che il loro essere piattaforme aride di madrepora e sabbia perse nel blu del Mar Rosso occorre aver prima incontrato altre terre, respirato altri profumi, fatto altri incontri.

Cosa sarebbero infatti le Dahlak senza aver sentito l’aria tersa e secca dell’altopiano eritreo, senza le strade ampie e pulite di Asmara, i colori del Caravanserraglio, quell’operosità, quell’orgoglio, quella dignità che sono la cifra più forte della gente di qui?

È la regalità dell’incedere delle donne vestite dei colori del sole e a viso scoperto, è l’ospitalità spontanea ma non affettata della gente, sono gli DOHUL sguardi diretti e franchi degli uomini orgogliosi di se stessi, della libertà appena conquistata, di una povertà che non mendica ma conosce le vie del riscatto e del lavoro, ciò che, prima di tutto il resto, ti incanta.

Cosa sarebbero le Dahlak senza la lunga strada che da Asmara porta a Massaua? Sul pulmino che attraversa le montagne, Habtemariam Oebessay, Caronte locale, usa le quattro ore di tornanti che si aprono la strada dall’altopiano al mare per farti ripassare senza indulgenza un po’ di storia.

Storia recente naturalmente. Niente regine di Saba o mitici regni axumiti, ma piuttosto la lunga occupazione coloniale italiana, iniziata privatamente nel 1869 con l’acquisto della baia di Assab da parte degli armatori Rubattino e fissata con la costituzione della “colonia Eritrea” nel 1890. E poi l’ Africa Orientale Italiana spazzata via dalla seconda guerra mondiale e dagli inglesi che “se gli italiani si erano bevuti la bottiglia, quelli finirono per farla a pezzi contro un muro”.

Strana questa Italia dipinta da Habtemariam a tinte contrastanti a seconda che i ponti ancora intatti di una strada in febbrile restauro, o la linea ferrata anch’essa in via di ripristino gli ricordino i momenti di grande sviluppo prebellico.

O quando, incalzato dalle domande, sfodera tutta la diplomazia del suo ottimo italiano per ricordarci le atrocità e le discriminazioni di ogni colonialismo e soprattutto l’indifferenza, lunga, bruciante e inspiegata, del nostro Paese durante quei trent’anni di guerra contro l’Etiopia appena conclusi. La più lunga guerra d’ Africa che solo il 23 aprile del 1993 ha visto nascere l’Eritrea vibrante di voglia di pace, di democrazia, di ricostruzione.

E cosa sarebbero le Dahlak senza Massaua? Il caldo umido della costa, gli odori , i sudori del porto, le architetture arabe, le donne dai lunghi abiti bianchi, quel fascino esotico del tropico con i sambuchi appoggiati alle fiancate dei cargo, le porte aperte delle case da cui escono i fumi leggeri dell’incenso bruciato.

Il mare è piombo quando arriviamo, i segni dei tremendi bombardamenti dei Mig russi alleati di Menghistu quasi cancellati del tutto in questi tre anni di pace. Resta, muto monumento alla guerra, il palazzo del negus sventrato dalle bombe, simbolo di un Paese che con molta prudenza e con grande determinazione sta cercando di creare uno Stato che non tradisca i sogni di tre decenni di lotte, che sappia prendere dall’Occidente quanto può dare in termini di corretta gestione di uomini, risorse e idee. Senza scorciatoie.

È nelle strade di Massaua che le Dahlak cominciano a prendere una fisionomia. Come le eroine di ogni storia che si rispetti compaiono solo nel secondo atto, ma è nel primo che cadono alcuni veli del loro essere e del loro divenire.

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